Autobiografia · Recensioni

“Una morte dolcissima” di Simone de Beauvoir

“Avrei lasciato per sempre quelle abitudini con gioia, se mamma fosse guarita; me ne restava la nostalgia, perchè perdendole, l’avevo perduta.”

Simone de Beauvoir in questo breve romanzo autobiografico ricorda con profondo dolore e struggimento le sei settimane nelle quali sua mamma, a seguita di una grave caduta in casa, fu costretta a “non vivere” in un letto d’ospedale lottando contro le operazioni, i dolori, le piaghe da decubito ma soprattutto contro la vita, che si stava spegnendo sempre di più, dopo 78 anni.

In questo lasso di tempo l’autrice, sua sorella e loro madre vivono in un microcosmo nel quale gli errori e i rancori della vita passata emergono ma restando comunque sullo sfondo; in primo piano si ha infatti la realtà medica degli anni ’60 del 1900, la quale era caratterizzata da dottori in prèda alla smania e all’incuranza di testare le loro scoperte scientifiche sui pazienti, trattandoli come fossero un oggetto; la paura di perdere la Figura per eccellenza, la sensazione di cecità nell’immaginarsi senza di essa e la difficoltà nel perdonare gli errori che sono stati di una madre molto concentrata sulla sua persona e sulla propria vita, mettendo in secondo piano quella quelle sue figlie, insieme alla loro libertà e alla loro felicità.

L’esperienza da figlia della de Beauvoir viene meglio descritta in “Memorie di una ragazza per bene”, nel quale appunto il rapporto con la madre viene molto meglio sviscerato e presentato.

Leggendo “Una morte dolcissima” si percepisce quanto Simone fosse una donna forte e con le idee ben chiare, come d’altronde la madre; spicca anche però la capacità di sapersi concedere il dolore e la fragilità, mettendosi a nudo davanti ad un vastissimo numero di lettori, seppur con ancora del timore.

Il tema della vecchiaia verrà meglio tratto in “La terza età” negli ultimi anni della sua vita.

Il romanzo di cui vi ho appena parlato rientra nel gruppo di quelli che vanno distillati, assorbiti e metabolizzati; la scrittura magistrale e l’empatia dell’autrice permettono al lettore di sentire nella pancia la sensazione di vacuità e spaesatezza che essa vuole comunicare.

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